Road to the future: Edoardo Francesco Faresin, razionalità anche in sella

Giovedì 24 Febbraio

Vincere una corsa e laurearsi, quanto sono simili come emozioni? Ecco che ne pensa Edoardo Francesco Faresin...
Molto. Quando vinci una gara ti passano per la mente tutti i momenti che ti hanno portato fino a lì, come la mia ultima vittoria alla Coppa Collecchio. Quando due settimane fa sono stato proclamato dottore devo ammettere che l’emozione è stata forte… Edoardo Faresin con lo studio ha imparato ad essere razionale anche durante la gara

Progetti per il futuro?
Per ora mi fermo con gli studi, anche se manterrò la mente allenata. Voglio godermi la prima stagione in cui posso pensare solo alla bici, diventare un ciclista professionista è il mio sogno e voglio provarci fino all’ultimo.

Aver avuto un padre ex corridore ha influenzato la tua carriera?
Lui non voleva che corressi in bici, più che per una questione di nome per il discorso legato ai sacrifici. Sa quante rinunce bisogna fare per emergere in questo mondo.

Allora come mai hai iniziato a correre?
Mia mamma mi ha messo sulla bici quando avevo sei anni. Il motivo era legato al fatto che comunque il ciclismo ti insegna la disciplina e l’organizzazione oltre ad essere uno sport sano.

Un ricordo legato a tuo padre?
Sempre intorno ai 5-6 anni lo vedevo correre in TV e per imitarlo prendevo la bici e giravo per tutto il giardino. Quando avevo finito la mia corsa immaginaria salivo su una sedia e fingevo fosse il podio.

Proprio tuo padre (Gianni Faresin) ha detto che i corridori elite sono importanti per una continental, ne abbiamo parlato anche con Zurlo, tu che ne pensi?
La Zalf ha sempre avuto questa mentalità: prendere corridori giovani ed accompagnarli nella loro crescita umana e professionale. L’esperienza di noi che siamo qui da più tempo è importante, in corsa possiamo dare una mano ai diesse. Abbiamo già corso su molti dei percorsi e sappiamo come muoverci in questa categoria. Tornerà utile anche la mia indole di mettermi a disposizione degli altri.



Intervista realizzata da Stefano Masi per bici.pro